Lust For Life, un brivido lungo settantuno minuti e cinquantasei secondi.

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Dalla maestosità di Born To Die all’afflizione di Ultraviolence, passando per il rancore di Honeymoon fino alla pace dei sensi di Lust For Life: come è cambiata Lana Del Rey e perché il suo ultimo album brilla così tanto?

La prima volta che baciai un ragazzo, mi trovavo al concerto di Lana Del Rey. Avevo sedici anni, una fidanzata all’oscuro di tutto e mi portavo dietro la nomea di essere uno schifoso finocchio fin dalla scuola elementare (perché all’asilo preferivano chiamarmi femminuccia). Chiaramente a quell’età non avevo ancora capito nulla di chi fossi, cosa mi piacesse o cosa volessi diventare e anzi, in tutta onestà, alcuni di questi quesiti non possono tutt’ora vantare una risposta concreta. Quel bacio contribuì a mandarmi in confusione, in quanto ne rimasi sì impressionato, ma in negativo. Eppure allo stesso tempo cominciai ad essere pervaso da una fastidiosa curiosità.
Ero forse stato contagiato? Mi avevano attaccato l’omosessualità? No, semplicemente la gente aveva sempre avuto ragione a chiamarmi schifoso finocchio e lo stavo lentamente cominciando a realizzare. Certo, magari avrebbero potuto sostituire l’aggettivo schifoso con qualcosa come “brillante”, “avvenente” o “glitterato”, senza dubbio mi sarebbe stato di maggior gradimento, ma ciò non toglie che la verità era quella ed io dovevo cominciare a farci i conti. Anche se, a dirla tutta, sono davvero pochi i ragazzi eterosessuali che ascoltano Lana Del Rey, ed io avevo recentemente vinto un mappamondo gigante alla lotteria della scuola, non potevo pure avere la fortuna di rientrare in quella categoria.

Mi piace definire BORN TO DIE come un colossal discografico. Lana irruppe sulla scena proponendo un’immagine ed un concetto sicuramente non nuovi, ma il modo in cui se ne servì per plasmare il suo personaggio li rese indubbiamente innovativi. Un’ammaliante starlette un po’ sfortunata, con un passato rovinoso, condannata ad un successo altalenante, dichiaratamente frivola ma incredibilmente colta, aggressiva, indomabile, bella come un essere mitologico senza tempo intrappolato in un’epoca poco congeniale alla sua indole, criptica e misteriosa, fieramente americana. Dipendente dall’arte e da tutte quelle sostanze che ti permettono di fare arte dopo averti stordito l’anima, Lana ebbe l’ardire di mandare in radio una canzone sulla morte (e su tante altre cose in realtà) ornandola di un sound decadente, antico, quasi una colonna sonora strappata alla vecchia Hollywood. Circondata da un’avvolgente estasiante atmosfera, questa celestiale diva profumata di vaniglia porta i capelli à la beauty queen style e si tinge le unghie di rosso, proprio come l’elegante party dress che suole cingerle il delicato corpo. Cala dall’alto come una dea ex machina, si muove sinuosa avvolta da fumi rosacei e pare che la sua esistenza fluisca unicamente attraverso i filtri di instagram, mentre con una sigaretta adagiata tra le morbide labbra si fa superba portatrice di valori d’altri tempi. Prende un sorso di vino e sfoglia le pagine di Lolita, sdraiata a bordo piscina con degli occhiali a forma di cuore dai quali sbircia seducente il marito della vicina di casa, specie se ha indosso un giaccone in pelle e una Harley-Davidson parcheggiata in garage. Icona irraggiungibile ma traboccante di umanità, credi di averla in pugno e poi all’improvviso scompare, credi di saperla interpretare e lei diventa più impenetrabile. Tutto questo ha permesso a Born To Die di avere un impatto memorabile nell’industria discografica internazionale, rendendolo un classico già al primo ascolto, stravolgendo i canoni della musica di successo in quel momento, ispirando tanti suoi fallimentari imitatori e concedendo a milioni di fans muniti di corone di fiori in testa e coi tatuaggi sulle mani l’opportunità di riscoprire tutti gli idoli da cui Lana usa trarre massima ispirazione. Elvis Presley, Marilyn Monroe, James Dean, Vladimir Nabokov, Jack Kerouac, Lou Reed, Jim Morrison, la Beat Generation e il leggendario di Woodstock, lo Chateau Marmont e il controverso Charles Manson sono solo alcuni dei personaggi di cui la musica della cantante ha reso vivido il ricordo. Così Born To Die ha conquistato il privilegio dell’immortalità, un’impresa quantomeno leggendaria se inserita nel contesto saturo di successi caduchi e facilmente destinati all’oblio come quelli del panorama musicale del terzo millennio.

La prima volta che mi innamorai di un ragazzo stavo all’ultimo anno di liceo. Lui poteva vantare in sé tutte le caratteristiche che un essere umano deve avere per farmi perdere la testa. Era dannatamente intelligente, capace di inserire una citazione di Dostoevskij nella conversazione più banale del mondo per poi finire dopo qualche minuto a stilare la classifica dei suoi cinque film preferiti di Stanley Kubrick. Non c’era una sola testa che non si girasse a guardarlo quando entrava in una stanza, e nonostante sapessi per certo quanto la cosa solleticasse il suo ego, riusciva sempre a mantenere la stessa solita espressione neutra di chi ancora non ha iniziato a vivere ma ne ha comunque già avuto abbastanza. Amavo passare le dita trai suoi capelli scuri e viaggiare attraverso i suoi occhi tristi. Non c’è niente al mondo che io preferisca ad un paio di occhi tristi. I suoi però non erano completamente rassegnati, celavano un certo bisogno di rivalsa, e questo mi colpiva particolarmente. Lo ascoltavo parlare con sguardo sognante, spacciavo per vero ogni singolo vocabolo che gli usciva dalle labbra e osservavo incantato quel malsano abuso di enfasi che era solito riversare in ogni minimo atteggiamento, come se stesse recitando un ruolo a teatro anche quando mi chiedeva quanto zucchero volessi nel caffè. Ma più il sentimento cresceva, più un retrogusto venefico cominciava ad impastarmi la lingua. Avete presente quelle giostre gettonatissime nei parchi divertimento che prima salgono lentamente  su verso il cielo, poi si fermano a mezz’aria concedendovi circa cinque secondi per osservare il panorama dall’alto e infine ricadono con violenza verso terra e credete di star precipitando nel vuoto ma per fortuna ad un certo punto vi fermate e potete riaprire gli occhi e rendervi conto di essere ancora vivi? Amarlo è stato esattamente così, con la sola differenza che ci sono voluti dei mesi prima che io potessi di nuovo toccare terra. E forse non ne sono uscito del tutto vivo, ma posso dire che sia stato un dolore cinematograficamente perfetto.

Aveva una storia devastante alle spalle ed io mi feci carico del suo dolore senza che me lo avesse chiesto, fermamente convinto di poterlo salvare. Così ben presto il suo malessere divenne anche il mio, per del tempo che mi sembrò interminabile mi trovai a brancolare nel buio e l’unica cosa che riuscivo a percepire era il sapore salato delle lacrime che mi tranciavano le guance. ULTRAVIOLENCE fu tutto ciò a cui permettevo di tenermi compagnia in quei momenti di sconforto proprio perché nelle sue note coglievo lo stesso dolore cinematograficamente perfetto che mi stava devastando corpo e anima. E francamente credo che il motivo per cui molte persone non abbiano saputo apprezzarne il valore sia stato proprio il fatto di non essersi trovati in una condizione simile alla mia. Il naufragare m’era sorprendentemente dolce in quel profondo mare di tristezza e malinconia, secondo la perversa logica per cui si è portati ad ascoltare solo brani angoscianti quando si è in preda all’inquietudine. Toni più mesti, testi più disperati, nessuna speranza all’orizzonte, la persistente nostalgia verso il passato e la completa dipendenza nei confronti del proprio partner sono i temi dominanti in questo maestoso capolavoro di afflizione, sentimento cardine anche del successivo album, HONEYMOON, che trova la sua maggiore espressione nella penultima traccia, intitolata Swan Song, in cui tra le righe Lana dichiara di voler interrompere la sua carriera discografica per sempre.

la copertina dell’album

Stronzate. La sua carriera continua e lo fa anche in maniera eccelsa, a giudicare da quel brivido lungo settantuno minuti e cinquantasei secondi che prende il nome di LUST FOR LIFE, il nuovissimo album uscito il 21 luglio che ha sorprendentemente permesso alla cantante di tornare ai fasti di Born To Die, ma con un approccio ed una filosofia di vita completamente opposti. E questo appare palese ancor prima di ascoltare il disco, posando gli occhi sull’incantevole, raro e prezioso sorriso che ne benedice la copertina e analizzandone il titolo: Lust for Life, ovvero Gioia di Vivere. Un notevole cambiamento di rotta per colei che giusto pochi anni prima desiderava di essere morta sulle note di Dark Paradise e sfidava il suo uomo a spararle un colpo dritto in testa in Is This Happiness.

Una gioia di vivere ardente, che le pervade il corpo e l’anima mentre danza con la persona che ama fino a perdere i sensi sull’H della monumentale Scritta Hollywood, monumentale come la traccia che dà il titolo all’album, LUST FOR LIFE, in collaborazione con The Weeknd. L’empatia e l’intimità che guarniscono il loro rapporto nella vita reale contribuiscono in prima linea a dar vita all’esperienza extrasensoriale che scaturisce dall’ascolto della traccia, la quale funge anche da fondamento dell’ideale tutto nuovo che irradia l’album. “E la nostra gioia di vivere che ci tiene in vita”, dicono all’unisono le due stelle della musica, in un verso ripetuto per tutto il ritornello che può sembrare ridondante ma in realtà custodisce una delle più mastodontiche dichiarazioni d’amore nei confronti del proprio partner e della vita stessa.

Ma questo non è l’unico cambiamento che caratterizza il nuovo progetto discografico di Lana Del Rey. La ragazza drammaticamente sottomessa al proprio partner, quella ossessionata dal ricordo delle sue relazioni passate e  convinta di non poter significare nulla in assenza di un uomo al suo fianco, cede il posto ad una ben definita donna indipendente, fiera e sicura di sé che finalmente sceglie di mettere se stessa e il suo benessere al primo posto, allontanandosi dalla tossica e abusiva relazione raccontata in HEROIN e persino arrivando a prendersi gioco del suo più recente ex fidanzato (il rapper G-Eazy) nella grintosa IN MY FEELINGS, in cui esclama“singhiozzo nella mia tazza di caffé perché mi sono innamorata di un altro perdente”. How savage?

E quanto all’orgoglio americano, decantato in brani iconici come American o National Anthem? La stessa Lana ha dichiarato di provare un disturbante senso di disagio nel continuare ad elogiare la bandiera statunitense nei suoi brani e durante i suoi concerti a causa dell’opprimente negatività che ha intaccato gli Stati Uniti dagli albori della presidenza Trump. La cantante ha così a cuore la situazione della propria patria tanto da aver inserito per la prima volta in un suo disco ben tre tracce dal tono fortemente politico. In COACHELLA – WOODSTOCK IN MY MIND, scritta dopo essersi fermata in un bosco prima di tornare a casa al termine del celebre festival musicale americano, Lana esprime in modo affettuoso la sua preoccupazione riguardo le generazioni future, tingendo le sue allarmate parole della stessa speranza a cui affida i versi di GOD BLESS AMERICA – AND ALL THE BEAUTIFUL WOMEN IN IT, scritta in seguito alla Women’s March del gennaio 2017, in cui esorta le donne americane a continuare a lottare per i diritti umani, paragonandole alla “Statua della Libertà che brilla per tutta la notte”. È poi con WHEN THE WORLD WAS AT WAR WE KEPT DANCING, una delle più raffinate perle dell’album, che, nonostante il tono drammatico, Lana invita tutta la popolazione a non lasciarsi abbattere dalla cruenta situazione in cui riversa il mondo intero e consiglia di stare vigili pur continuando a ballare.

WHITE MUSTANG è invece la traccia che, con un sorriso nostalgico stampato in volto, maggiormente rimanda alla vecchia Lana, dal momento che presenta in 2:45 minuti tutti gli stereotipi che dall’alba dei tempi ricorrono imperterriti nelle sue canzoni: la stagione estiva e tutto ciò che ne consegue, l’iconica autovettura simbolo di stuzzicantevirilità, il risentimento nei confronti di una storia d’amore che deve interrompersi a causa del comportamento sregolato e irrispettoso di un uomo passionale che casualmente è anche un musicista. Praticamente un sofisticato preludio a GROUPIE LOVE in collaborazione con A$ap Rocky. Ma le collaborazioni non finiscono qui: lo stesso A$ap Rocky e il rapper Playboy Carti la accompagnano nella geniale e freschissima SUMMER BUMMER, mentre l’epica Stevie Nicks le si affianca nella bellissima BEAUTIFUL PEOPLE BEAUTIFUL PROBLEMS in cui le loro voci si sposano insieme in maniera impeccabile, e Sean Ono Lennon, figlio di John Lennon e Yoko Ono, presta la sua voce alla sensazionale TOMORROW NEVER CAME, durante la quale vengono omaggiati anche i suoi genitori.

Ma se c’è una canzone che più di tutte si rifà al travolgente sound di Born To Die, questa è la sacra e toccante LOVE, nella quale Lana omaggia i suoi amatissimi kids che si credono the coolest e ascoltano la vintage music, affermando che alla loro età non serve sentirsi inferiori e impauriti dal futuro, l’unica cosa che conta è essere giovani e innamorati. Impossibile non includere nel novero dei più grandi capolavori del disco anche 13 BEACHES e CHERRY, entrambi accomunati dalla necessità della cantante di instaurare una relazione all’insegna della verità perché stanca della sofferenza delle storie d’amore a cui è abituata, paragonandola a quella causatale dai mass media (la cui critica è uno dei temi fondamentali dell’intero Honeymoon). Entrambi i pezzi sono così belli che tento di ascoltarli il meno possibile, anche perché perdo vent’anni di vita ogni volta che mi soggiunge alle orecchie la grandiosità del modo in cui il verso “across the county line” viene pronunciato in 13 Beaches. Per non parlare dei bitch e fuck sussurrati per l’intera durata di Cherry.

Sono CHANGE e GET FREE i pezzi conclusivi del disco. La speranza che si è fatta strada per l’intera tracklist arriva ad irrorare completamente la penultima traccia, lacerando con violenza il cupo pessimismo per cui Lana è stata ammirata, ma anche derisa e umiliata sin dal suo esordio. “Il cambiamento è una cosa potente, le persone sono esseri potenti, sto cercando di trovare il potere in me per esser fiduciosa” canta in Change, e riesce poi a realizzare questo proposito in Get Free, che definisce come il suo modern manifesto, dedicandolo a tutti coloro che non hanno mai avuto l’opportunità di accorgersi che si può davvero scegliere se essere felici o tristi nella vita, e la prima opzione è sempre la più conveniente. “Non mi ero mai davvero accorta di poter scegliere se stare ai giochi di qualcun altro o vivere la mia personale vita, ma ora sì, voglio muovermi, allontanarmi dal nero per buttarmi nel blu”, recita nel ritornello indirizzando un intenso messaggio a tutti coloro che stanno attraversando un periodo di buio e sono convinti che non se ne possa uscire. Le catene della depressione sono strette e soffocanti, ma non indistruttibili. Se vi sentite in pericolo, non temete di chiedere aiuto. Cliccate qui per lasciarvi avvolgere dalla piacevole brezza di novità che ha rinfrescato questo album e fate in modo che accarezzi anche voi e la vostra estate. Fatemi sapere cosa ne pensate qui o qui. Un baci8 🤡

 

fonte immagini: wikipedia, sentire ascoltare, tumblr
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