Le sette piante più velenose d’Italia

Nomi, storia...sintomi!

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Fioriture, erbe, campi verdeggianti e boschi rigogliosi…è iniziata la bella stagione!
Ma non sempre la natura è portatrice di vita. Molte sono infatti le specie velenose dalle quali è bene guardarsi. E non solo in primavera!

La prima è sicuramente l’Oleandro, arbusto della famiglia delle apocinacee. Tutta la pianta è velenosa, e si racconta che un manipolo di soldati napoleonici morì a causa dell’alcaloide presente nell’oleandro a seguito di una cena per la quale la carne venne arrostita su stecchi di questo arbusto. I sintomi che avranno avvertito questi soldati sono: aumento della frequenza respiratoria e rallentamento del cuore, disturbi gastrici e assopimento.

Che dire poi della famosissima belladonna? Il suo nome scientifico, Atropa belladonna, dice già tutto: Atropo era infatti una delle Parche, proprio quella che aveva il compito di tagliare il filo della vita. Belladonna invece deriva da una singolare usanza femminile: quella di assumere piccole quantità di questo veleno per dilatare le pupille e apparire così più piacenti. Ma le bacche di belladonna hanno ben altri effetti collaterali: diminuzione della sensibilità, delirio, sete, vomito, convulsioni.

C’è una pianta che ha invece una nomea terribile, cioè quella di albero della morte. Si tratta del tasso, albero dell’ordine delle conifere. Il suo nome deriva da toxon, cioè freccia. Infatti nell’antichità molti dardi venivano prodotti con questo legno, che provoca narcosi e paralisi. Tutto il tasso è velenoso, tranne le sue piccole bacche carnose di colore rosso, dette arilli.

Il colchico è invece un’erbacea simile al croco, ma di fioritura autunnale. Il pericolo sta proprio nella sua somiglianza con un fiore innocente e bellissimo. I suoi principi attivi, colchicina e colchiceina, sono detti anche “arsenico vegetale”. Tra le conseguenze dell’assunzione abbiamo cefalea, vomito, convulsioni, asfissia. Il tutto peggiorato da un lento assorbimento.

Come si suicidò Socrate? Ma con la famosissima cicuta! Si tratta di un’erbacea biennale dall’odore nauseabondo che provoca arsura, paralisi e nausea. Già Platone descrisse questi sintomi nel Fedone.

Amore e morte spesso viaggiano a braccetto: è il caso della digitale purpurea, a cui Pascoli dedicò un lungo componimento, contrapponendo la sua mortalità al profumo inebriante. La parte velenosa di questa erbacea sono le foglie, le quali provocano visione alterata, bradicardia, nausea, arresto cardiaco.

Infine troviamo la celebre mandragola. Solamente la specie autunnale è velenosa, e gli effetti sono simili a quelli del veleno di belladonna.

Non finisce qui: molte altre piante italiane contengono sostanze nocive; è quindi fondamentale prestare sempre molta attenzione, perché non tutto quello che Madre Natura offre è buono per l’uomo! Piccole grandi conoscenze botaniche possono davvero fare la differenza.

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