La mafia uccide solo d’estate (la serie): ecco perché Pif ci ha visto lungo

L'ironia per combattere la mafia

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Tutti voi ricorderete il grande successo ottenuto dall’ex iena Pif con il film La mafia uccide solo d’estate. Non tutti sanno, però, che da quel progetto è nata un’omonima serie televisiva Rai, che ne ricalca i contenuti e ne amplia la struttura.

Nel film veniva narrata la storia di un bambino parlemitano, Arturo, costretto ad avere a che fare con la mafia nel quotidiano, dall’infanzia fino all’età adulta. Era lo stesso Pif a interpretare il protagonista, almeno per quel che riguarda gli anni della maggiore età. Lo stile era ironico e sarcastico, com’è chiaro dal titolo; un’ironia, però, tagliente, capace di far riflettere e di lasciare una traccia tangibile nello spettatore.

Lo stesso meccanismo è stata assunto dalla serie, di cui Pif è autore. Non solo: esso è ampliato, approfondito, anche esasperato fino a raggiungere i toni del grottesco. La serie, la cui seconda è andata in onda la scorsa primavera, racconta infatti la storia dei Giammarresi. Si tratta di una famiglia di Palermo che si trova ad avere a che fare, tra gli anni ’70 e ’80 con il fenomeno mafioso. In modi più o meno incisivi, ma tutti caratterizzati dalla medesima matrice: quella del sopruso, dell’illegalità, della condizione di omertà.

Fenomenale la caratterizzazione dei personaggi, complessi, ben delineati. Salvatore (Edoardo Buscetta), il narratore della vicenda, è un bambino brillante e con mille domande nella testa; la sorella Angela (Angela Curri), di certo meno sveglia, vive un processo di crescita attraverso alcune decisioni cruciali riguardo il suo essere donna; Lorenzo (Claudio Gioè), il padre, impiegato, è un uomo di solida integrità morale, al punto di diventare giudice di sé e della sua famiglia; infine Pia (Anna Foglietta), la madre, è una maestra supplente che vive per la sua famiglia e non riesce a sostenere la sua condizione di precariato.

In tutto questo si muove il personaggio di Massimo (Francesco Scianna), fratello di Pia, vero e proprio tramite col “lato oscuro”. Massimo infatti si trova imbrigliato nelle reti di collaborazione di Cosa Nostra e non riesce ad uscirne. Sullo sfondo, la quotidianità siciliana di quei decenni, fatta di paura, atti di violenza ma anche di grande spirito di rivalsa civile.

L’ironia, sapientemente dosata da Pif, ritrae un mondo di persone semplici, mansuete, che amano la loro terra e si sottomettono ai potenti pur di proteggere i propri cari. Ritrae anche un mondo di illegalità profondamente radicata nelle abitudini e nel quotidiano. Ritrae, infine, dei boss semi-analfabeti presi da deliri di onnipotenza e lotte tra clan.

Una formula straordinaria, che per la prima volta è in grado di restituire uno sguardo storico e autentico sul fenomeno mafioso, con semplicità e grande umanità, come già era stato per il film. Ecco perché Pif ci ha visto lungo!

Ci auguriamo che il progetto continui a coinvolgere le realtà siciliane e gli spettatori italiani, i quali possono senza dubbio usare questa serie come un mezzo di conoscenza e informazione.

Fonte immagine: www.panorama.it

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