Pena di morte: in Europa esiste ancora

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Quando si parla di pena di morte, è impossibile reprimere un moto di sdegno. Le suggestioni che questa pratica suscita risalgono alla parte più nascosta dell’inconscio, quella legata alle paure ancestrali e ai grandi quesiti sulla vita dell’uomo. La si ritiene ormai una pratica legata al passato o lontana, in uso ancora in alcuni stati d’oltreoceano, e invece la realtà lo smentisce.

In Europa la pena di morte è ancora una pratica in uso in Bielorussia, un paese dell’Europa orientale che confina con Russia, Lituania e Ucraina. La sua capitale, Minks, detiene un triste primato: è la maggiore città dell’unico stato europeo in cui, sulla scorta di una consultazione popolare del 1996 (più dell’80% degli elettori votò a favore), il presidente Aliaksandr Lukašenko mantiene ancora in uso questa pratica. 

Così, dopo una moratoria che nel 2016 aveva fatto sperare l’opinione pubblica nell’abolizione della pena capitale, le esecuzioni per fucilazione sono riprese nel disinteresse generale. Ve ne sono state quattro solo nel 2016 e, più in generale, secondo i giornali dal 1990 in Bielorussia le persone condannate alla pena di morte sono state più di 400.

Ad essere oggetto di pesanti critiche è anche l’iter che porta il condannato alla condanna. Normalmente la data dell’esecuzione è sconosciuta fino alla mattina stessa, quando il condannato viene prelevato e condotto in luogo segreto. In passato si trattava di un bosco, mentre oggi di un ambiente chiuso. Qui gli viene letta la sentenza e il condannato viene ucciso con un singolo colpo di pistola alla nuca. 

La pratica ha subito delle variazioni nel corso degli anni: mentre un tempo, quando vigeva ancora il regime sovietico, la pena veniva impartita da un plotone d’esecuzione formato da una decina di guardie, oggi il compito è affidato a un singolo boia. I parenti non vengono informati del decesso e non possono piangere sulla tomba del defunto, in quanto l’uomo viene seppellito in aree segrete. 

 

Fonte immagini: Wikipedia

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